Il programma dei nichilisti

Monti al governo di un esecutivo bancocentrico – o “centrosinistra con fido bancario”, secondo la felice espressione del resistente Gianfranco Rotondi – e il nulla al posto del programma di governo. E’ la prima tassa che paghiamo alla dittatura commissaria che ha espropriato la democrazia dell’alternanza della sua funzione sovrana: quella elettorale. Per la prima volta dopo quasi un ventennio, i cittadini italiani assistono all’investitura di una oligarchia priva della legittimazione fondata sul consenso intorno al suo programma.
21 AGO 20
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Monti al governo di un esecutivo bancocentrico – o “centrosinistra con fido bancario”, secondo la felice espressione del resistente Gianfranco Rotondi – e il nulla al posto del programma di governo. E’ la prima tassa che paghiamo alla dittatura commissaria che ha espropriato la democrazia dell’alternanza della sua funzione sovrana: quella elettorale. Per la prima volta dopo quasi un ventennio, i cittadini italiani assistono all’investitura di una oligarchia priva della legittimazione fondata sul consenso intorno al suo programma. Di là dalle propalazioni giornalistiche e dalle confidenze interessate dei politici che hanno conversato preliminarmente con Mario Monti, il nuovo premier e il suo contorno di tecnici hanno rinviato con disinvoltura la presentazione della loro “offerta” programmatica. Quasi si trattasse di una formalità da disbrigare in tutta fretta, oggi e domani, davanti a un Parlamento intimidito dall’oscillazione ricattatoria dei mercati finanziari e chiamato a firmare una delega in bianco con lo spread alla gola. E come se non fosse stato invece necessario subordinare la genesi stessa del governo Monti a pochi e decisivi punti che nulla hanno da spartire con le assicurazioni sui salvacondotti politici garantiti da questo o da quel ministero.
Per esempio, si doveva – e si può forse ancora – chiedere al presidente del Consiglio se intende regolarizzare l’operato colonialista del direttorio Merkozy in materia di sovranità monetaria europea (i cui effetti cataclismatici sono sotto gli occhi dei risparmiatori di mezza Europa oltreché nel ventre sfasciato delle banche continentali); o se invece voglia raccogliere su di sé il solo compito politico possibile. Quello di porre a Berlino il veto italiano contro la volontà tetragona di far parlare al Vecchio continente la lingua germanica dell’austerità depressiva; e di sollecitare Francoforte (citofono Draghi) affinché la Banca centrale europea diventi la leva da cui instillare l’iniezione di liquidità monetaria utile a impedire il prosciugarsi del credito e il collasso di economie altrimenti virtuose e patrimonializzate come quella italiana. Non è questione da poco, come non lo è l’alternativa suggerita dai maestri cantori della botta secca sulle rendite immobiliari o sulle pensioni di anzianità: escogitazioni talora legittime per fare cassa e addormentare il problema del debito a medio termine, ma ben lontane dal contravveleno indispensabile per guarire la malattia recessiva.
Obiezione pigra e pavida: che motivo c’è di mettere il carro del programma davanti ai buoi-elettori parcheggiati nelle stalle, stiamo a vedere che succede, e se e quanto e come dura la dittatura commissaria. Controdeduzione: in caso di fallimento tecnocratico, non ci sarà mai una class action popolare sufficientemente capace per fare l’inventario dei beni nazionali sacrificati dalla messa in mora dell’autodeterminazione politica.